“Fast fashion”: in italiano significa “moda veloce” e questo è letteralmente ciò che rappresenta. Nell’ultimo decennio, infatti, la moda è diventata sempre più rapida, con collezioni che si rinnovano in poche settimane e prezzi bassi, che di conseguenza ci portano ad acquistare in modo esagerato, anche ciò di cui non abbiamo bisogno, solo per stare al passo con le tendenze. Ma cosa c’è dietro a questa moda ultraveloce?
Il “Fast fashion” porta notevoli problemi per l’ambiente, essendo responsabile di circa il 10% delle emissioni globali; in più è problematico per la società, a causa delle condizioni lavorative dei dipendenti, e per l’economia, a seguito dello sfruttamento delle materie prime, soprattutto dell’acqua. L’industria della moda infatti è una delle più inquinanti al mondo: secondo Greenpeace, ogni anno soltanto nell’Unione Europea vengono gettate via 5 milioni di tonnellate di vestiti e calzature (circa 12 chili per persona) e l’80% di questi finisce in inceneritori, discariche o nel sud del mondo. Inoltre, vengono consumati circa 79 miliardi di metri cubi d’acqua per la produzione di questi capi.
Il “Fast fashion”, come accennato prima, pesa anche sulle spalle di milioni di lavoratori che vengono sfruttati, in diversi paesi in via di sviluppo; le sedi principali sono Bangladesh, India, Vietnam, e Cambogia. Qui gli operai, spesso minorenni, devono lavorare in condizioni precarie, senza tutele sindacali e con salari bassissimi. Un simbolo importante di questa situazione è l’incidente del Rana Plaza in Bangladesh, un
edificio fatiscente che ospitava diverse fabbriche tessili che il 24 aprile 2013 crollò, uccidendo 1.134 persone. Nonostante questo, molti dei marchi coinvolti hanno continuato ad affidarsi a quelle stesse filiere, spesso senza trasparenza.
Oltre a questi effetti visibili il “Fast fashion” ha determinato lo sviluppo di una vera e propria cultura del consumismo, in cui non si da più valore a ciò che si ha e gli abiti sono beni effimeri: non vengono acquistati per necessità ma per un desiderio momentaneo, dovuto anche a pubblicità mirate e influencer, che grazie ai social riescono ad arrivare a un ampio pubblico. Questo porta ovviamente allo spreco di materiale, ma anche a una perdita di consapevolezza per il lavoro umano che c’è dietro ogni capo.
Ciò che ognuno di noi può fare per cercare di arginare questo fenomeno disastroso è acquistare abiti prodotti in modo sostenibile da brand trasparenti, in condizioni eque e che durino nel tempo, scegliendo qualità al posto di quantità e informandosi sull’origine dei capi. Per concludere possiamo dire che il “Fast fashion” ha reso la moda più accessibile, ma a un prezzo che il pianeta e le persone non possono più permettersi di pagare. È tempo di rallentare, di ripensare il nostro rapporto con gli abiti e di scegliere una moda etica per tutti.
Marianna Manca

